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2 Definizioni di Ecologia. Scritte per www.archphoto.it
Visione e ascolto di un sorpresa sonoro-visiva aerea. Flying Dolphin, Paris, Nuite Blanche 2006, Giardino Sonoro
Definizione progettuale di Ecologia
Un’architettura digitale della coesistenza e dell’ibridazione radicale è un significativo banco di ecologia sperimentale. Propongo un’interpretazione radicalmente etico-metodologica dell’ecologia, individuando nuove prassi progettuali – quindi fondate su una filosofia del futuro – frutto di una lettura estensiva delle (auto)definizioni della scienza ecologica, branca ormai storicizzata della biologia, dedita allo studio dei sistemi viventi a più alto livello di integrazione, dalle popolazioni di organismi della stessa specie alla biosfera -il sistema di tutti gli ecosistemi terrestri. Un’interpretazione del concetto di ecologia più centrato sulla consapevolezza dei fenomeni di integrazione e dipendenza esistenti in un sistema vivente esteso –fino a comprendere la virtualizzazione di stati ambientali e le loro conseguenze esperienziali-, facendo così della prassi ecologica un cammino di sviluppo nella auto-rappresentazione umana della lotta per la vita. Valutarei quindi in termini di etica ecologica la capacità specifica di svincolarsi dai meccanismi biologici del pensiero sopravivenziale, centrati sull’archetipo di risposta individuale e gruppale al rischio di aggressione/estinzione, ristrutturandolo invece nella costante progettazione di una sintesi simbolica e biologica tra le istanze viventi all’interno della biosfera (dinamicamente il sistema vivente più esteso).
La lotta per l’esistenza è uno dei fenomeni fondamentali che strutturano la natura come noi la rappresentiamo. Predazione-competizione-simbiosi rappresentano un processo di relazione tra le specie e metaforicamente all’interno della stessa specie. Credo che la vocazione dell’etica ecologica fattasi pensiero-progetto debba essere
a) lo studio/progettazione delle coesistenze diacroniche – le storie, le vite, gli stati di relazione passati, i sentieri mai intrapresi, quelli interrotti, i conflitti riportati alle proprie origini, rimessi in gioco in terreni narrativi, informatici, restituiti ad un’affidabilità storico-scientifica rigorosa eppure odorante corpi, intimità, perdono, dono, scambio di stati, esperienze;
b) lo studio/progettazione delle coesistenze sincroniche – le continuità/contiguità ontologico-ambientali dei molti presenti –, puntando ad una visione di sistema vivente aperto, inclusivo, capace di rappresentare e riprogettare le distonie e le simmetrie relazionali in modo simbolico, geno-sperimentale, contemporaneo e non inter-distruttivo.
Un’architettura digitale della coesistenza e dell’ibridazione radicale è un significativo banco di progettualità ecologica.
“Lighting marble television”, designed by Giardino Sonoro, 2006
Definizione estetica di Ecologia
Una definzione di ecologia come sentimento e analisi della vitalità rappresentativa e generativa dei linguaggi simbolici. Ecologia linguistica come studio sistematico della disponibilità di spazio identitario, rappresentativo e confermativo, all’interno della sfera autodescrittiva ed autorappresentativa degli individui del più ampio sistema vivente. Una tale definizione assume la forza generativa dei linguaggi simbolici, generativa di rappresentazione, espressione, quindi di esperienza, memoria individuale e sociale, e di tutta la realtà che i sistemi narrativi sociali riescono continuamente a produrre. Ecologia, linguaggio e realtà. Sento ecologica la continua richiesta/risposta di nuovo spazio riarticolativo e riarticolabile, narrativo, confermativo, identificativo -quindi estetico nel senso profondo del vincolo tra simbolo e relazione vivente- che l’essere individuato continuamente ottiene dalla forza comunitaria del linguaggio, qundi dalla propria comunità materiale. Ecologi militanti sono i costruttori di metafore, gli artisti più esposti nella costruzione di nuove mondialità – progetti di relazioni simbiotiche tra stati simbolici precedentemente inconciliabili -. Da una valutazione quindi biologico-distributiva degli esseri viventi negli spazi ecosistemici - quale l’ecologia tradizionale necessariamente esprime – ad una visione linguistica dell’ecologia, fortemente centrata sulla consapevolezza dei processi di autorappresentazione e della loro capacità di ampliare i confini tecnici ed emozionali delle relazioni uomo-ambiente, uomo-sistema generale della vita e della morte. In sostanza e in visione, l’ecologia di cui sto parlando prevede la progettazione assoluta della sconfitta della morte attraverso una continua rappresentazione vivente di esseri simbolici autonomi ed eterodeterminati, quindi tecno-immortali nel senso della fisiologia estetica di cui l’ecologia linguistica misura l’efficacia distributivaterritoriale, quindi il proprio stesso inesorabile superamento.
“The Laurus Room”: classicism and its transfigurations. Composed by Lorenzo Brusci for
RHS, Hampton Court Flower Show 2005
“Il Modo Solo/The Lonely Way”. from the GS installation “Horticultural Sonic Wall”, 2005. A metacomposition and its radical implications”.
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Paesaggio mentale come paesaggio naturale.
Lo spazio sonoro e la percezione del continuamente naturale.
- Il concetto-visione di Natura come strumento interpretativo e progettuale per la costruzione e l’estenzione dello stato di realtà.
- Lo stato di natura è un sistema di rappresentazione radicalmente mutevole della resistenza all’azione umana svolta dalla più ampia circostanza ambientale. I rischi che corre lo stato di natura sono tutti i rischi che corrono i paesaggi mentali e le loro ipotesi progettuali quando la povertà fantastica e rigenerativa se ne impossessa. Il sistema dei sistemi progettuali è un sistema fisico che definisco lo spazio di costruzione e costituzione comune, fortemente dinamico e materialmente instabile, sottoposto a costante negoziazione inter-organica.
- Natura e consapevolezza del potere generativo e progettuale della mente. Mente e progettazione di artificio come potenza mediata immediatamente responsabile della continua genesi sociale di realtà o stato di natura.
Durante i 4 anni di Giardino Sonoro - anni d’intenso avvicinamento al dominio naturalistico - ho percepito che fosse in gioco non solo il fenomeno ecologico classico, quindi l’assunzione del dato ecosistemico come sforzo di rappresentazione ultraumana (le valutazioni sullo stato del pianeta e sulla sua immanente crisi di coesione bioadattiva; in che modo tali fattori debbano influenzare la progettazione del sistema vivente nel suo complesso), ma anche il fondamentale principio abitativo della consapevolezza percettiva, il risveglio della propria consapevolezza cognitiva di abitanti, passanti, viventi, un’attenzione temporale e spaziale che è istanza di controllo proprio-sensoriale sulla genesi di senso, riducendo e ricondizionando la dipendenza dalla produzione mediatica di realtà.
Presenza simbolica, attività sensoriale, memoria emozionale e didattica, nuova presenza, accoglienza, azione critica: un ciclo virtuoso che proprio la progettazione della commistione di natura e artificio poteva innescare. Un assieme conoscitivo che sublimasse la relazione tra l’abbandono estatico alla natura di tradizione – la meraviglia per il dato apparentemente incondizionato, ineluttabile, escluso dalla mediatezza antropica – e l’inquietudine, la sorpresa incessante, la destabilizzante esperienza dell’artificio, man made, manifestazione dell’intenzione per un’ulteriore complessità, radicalmente astratta e coraggiosa, progettante/proiettante il cuore umano stesso della sintesi neonaturale.
Vedo l’immagine della natura come una costruzione frutto di continue approssimazioni tecniche e relazioni concettuali. La proiezione di un complesso di azioni narrative che interpreta e razionalizza la resistenza ambientale al processo di produzione umana di realtà, una dialettica fra contenimento storico-naturale e l’epifania del disvelamento che immerge l’uomo nella grazia più estatica come nella brutalità materiale più radicale.
La sostanziale congruenza etica ed antropologica dei gruppi umani e le pulsioni innovativo-artificiali del piano operativo umano si espongono a partire da e contro un’idea di naturalità e natura, continuamente rinnovata perché continuamente mutevole è la materia resistente all’estensione del dominio del reale.
Tra azione e resistenza si determina la virtù delle nostre visioni, il senso prospettico delle estensioni neonaturali che si consolidano, princìpi etici che mutando costituiscono dinamicamente nuove e più ampie comunità, informando col tempo e nel tempo la preziosa rete di funzioni e modelli che chiamiamo adattamento alla realtà, alla sua costituzione di spazio comune.
Nel mio lavoro l’ibridazione costante di artificiale e naturale è stato lo strumento per definire sorprendentemente la presenza e il ruolo degli elementi di progetto, volendo puntualmente annullare il rischio stordente di una visione simulacro del reale a favore di una consapevolezza costruttiva, compositiva e sociale della sua determinazione naturale. Credo che le dotazioni simboliche pre-visionate (massmediatiche) siano il vero vizio didattico ed emozionale della cultura conoscitiva contemporanea.
Naturale (il processo della trasformazione) e naturalistico (lo stato della resistenza alla trasformazione) non dovrebbero produrre significati contrari l’uno proiettante sull’altro. Lo stato naturale deve poter includere i processi e i prodotti umani tendenti a conoscere, progettare e avverare stati vissuti, viventi, vivibili, conoscendo le resistenze e avverandole, nel tempo estetico che le comunità degli uomini differentemente esigono.
Intendo quindi l’ampia natura come l’organicità della conoscenza e delle scelte umane che da essa derivano, intese come un ampio sistema sociale e informativo, costituito di significati, sensi e orizzonti progettuali necessariamente responsabili per le azioni dell’intero processo genetico del vivente, dall’affidamento naturalistico alla sua modificazione e processualità (neo)naturale. Il dialogo virtuoso tra storia, presente storico e futuro, l’equilibrio tra la trasfigurazione, la distruzione e il rispetto, la conservazione integra o parziale delle relazioni storiche ed estetiche del presente e del passato, sono fenomeni da ontologizzare entro il dominio del processo naturale e non al di fuori del fatto di natura.
Esiste un’ingegneria della vita e un’architettura della vita, quindi una progettazione di tutto il sistema vivente variamente dipendente o dinamicamente dipendente da ciò che chiamiamo conservativamente natura. Come poter riequilibrare l’azione concettuale riduttiva connessa con l’idea di spazio naturalistico e di natura? Come poter quindi disporre e predisporre sistematicamente, per l’architettura in particolare e per la politica in generale, processi di consapevolezza formale ed esperienziale più ampi, che portino a ibridare con radicalità organico ed inorganico, sensibilità informatizzate, sensibilità biologiche e materialità costruttive, spazio della mente e spazio delle funzioni pratiche, anziché subirne i processi critici ed espansivi inevitabili? E sul piano dell’esperienza quotidiana, è possibile offrire all’architettura -prima e durante la progettazione, ma anche per le suggestioni abitative del dopo progettazione - protocolli di descrizione drammaturgica e coreografica dei mondi antropici indotti/offerti, così da comprendere e disporre una visione più articolata del sistema vivente progettato? Esiste un progetto d’esperienza umana privata o pubblica che possa condizionare fondamentalmente l’idea stessa di naturalità e di artificialità, di progetto e di design, proprio perché li ricentra nel sistema più ampio della co-progettazione della vita? Come stimolarlo, come formalizzarlo, come rappresentarlo e poterlo condividere con i progettisti puri ma anche con gli scienziati del vivente o della cura? Valore d’esperienza, arricchimento della progettazione.
Spazi sensibili, spazi organicamente ibridi, tensione costante verso la nuova natura, quindi verso nuova materialità: introdurre criteri e pratiche di materialità dell’esperienza antropica che si arricchiscano diffusamente dei contenuti dinamici, variabili, quali l’esperienza artistica da sempre offre, strappandoli alla segregazione dello spettacolo moderno e postmoderno, generando materie e infrastrutture che sì segnano l’habitat umano ma sono anche in grado di mutare e ritrarsi, lasciando agire pienamente le prassi trasfigurative simboliche, esse stesse sempre leggere e reversibili.
Osservando i comportamenti dei visitatori delle installazioni Giardino Sonoro, grazie anche alle occasioni di riflessione scientifica suggerite dal confronto constante con l’esperto di acustica Gianluca Memoli e con lo staff di ARPAT, ho tracciato le variazioni esperienziali intervenute sui seguenti piani:
1) senso del tempo;
2) senso dello spazio ridisegnato dal suono, come nuovo spazio percepito
3) variazioni nelle azioni posturali;
4) variazioni nelle propensioni alla narrazione della propria esperienza unica
5) consapevolezza della capacità di trasportare l’esperienza multisensoriale fatta al laboratorio del Giardino Sonoro nel flusso della propria quotidianità, come a volerne trarre dei principi di operatività ordinaria: riconoscimento della sorgente di suono/rumore, proposta critica di reazione, accettazione di integrazioni permanenti analoghe alle ipotesi City Noise Masking and Transfiguring proposte dal mio lavoro;
6) nella capacità di coesistere con la natura in modo interrogante, attivo, manipolativo, senza assoggettarsi ad una presenza iconografica e passante.
Osservando queste esperienze naturalmente neonaturalistiche, dove la tensione e l’attenzione multisensoriale è scatenata dalla diffusione sonora di musica e suoni fantastici -non riconducibili direttamente a nessuna esperienza mediatica o uditiva ordinaria-, ho immediatamente compreso come proprio la ridefinizione acustica e simbolica dello spazio introduceva ad una nuova consapevolezza della propria (co-)presenza, quindi una ricentrata relazione percettiva con la presenza naturalistica, aprendo sensibilmente la dimensione del co-vivente, del co-esteso, del continuo, prossimo, svelante e proiettante processi interni, portandosi vicini a modi, colori, posture, sorprese, odori, come quasi mai osiamo lasciar accadere.
Una visione eccitata del dettaglio, immersivamente guidati da stimolazioni multisensoriali, dove il movimento acustico artificiale, composto, imprevedibile, diviene il disegnatore di questa mai identica riappropriazione vitale:
La nuova esperienza multisensoriale e radicalmente inter-simbolica è epocale, un distacco da pregiudizi, impregnata dal forte senso di immersività conoscitiva e interattività ambientale che ben descrive l’azione di accoglienza del “non noto”. Questa credo sia un’esperienza di genersi di naturalità, proprio per la gradualità e la personalità implicata dal processo di appropriazione esperienziale.
Idea di Natura e Artificio umanamente ed acusticamente continui
Un fiore presente è il frutto di una sintesi culturale tra le rilevazioni individuali dello stato percettivo condiviso attorno al nome “fiore” e la sottrazione che tale astrazione speculativa svolge sul contesto generale della sua fruizione. Sfondo e identità sono la lotta continua che poi s’incarna nel progetto, nella sua valutazione di vivibilità ambientale più ampia, ricordante e trasfigurante .
Una condizione naturale (acustico-naturale), o se vogliamo neonaturale, è un esito percettivo frutto di uno stato di attenzione e scoperta di relazioni – conoscenza e narrazione della propria conoscenza, a qualunque livello di complessità ciò accada - che produca la permanenza di una rete di stati emozionali ed ambientali - e dei relativi simboli - definibili da quel momento condizione naturale fondante ogni ulteriore conoscenza, intima o condivisa.
Molti visitatori delle nostre installazioni chiedono se i suoni in un giardino sonoro non vengano-non siano rumori di natura, prodotti dal vento, dalla pioggia, hanno bisogno di sapere che stanno esperendo ancora un contesto di natura, ma non c’è ulteriore stupore quando si rendono conto o vengono introdotti nella realtà dell’arte acustico-artificiale; quando si rendono conto che le relazioni tra postura del corpo, pianta, colore, profumo e suono sono relazioni progettate, e che da sempre progettare significa introdurre un’idea di altra realtà nel processo del presente storico, quindi estendendo la possibilità di percepire/percepirsi/raccontarsi nell’ampio sistema vivente. Piante che provengono da luoghi diversi, adattate ad un nuovo habitat, suoni trapiantati da uno studio di sound design, irrigazione artificiale, disegno delle pendenze del terreno per ottimizzare i flussi idrici, contenere l’irrigazione artificiale ad un fabbisogno essenziale… commistioni, ibridazioni, progettazioni. E’ naturale conoscere, contribuire a conoscere e a progettare, non è naturale conservare per distrazione, mentre anche conservare richiede conoscenza e profondità delle relazioni storiche che hanno prodotto lo stato presente e le sue connessioni con la propria contemporaneità.
Esperienza sonora astratta e paesaggio sonoro reale
Il Giardino Sonoro è sempre stato costituito da un gruppo molto dinamico e variabile di collaboratori, provenienti principalmente dall’esperienza del mio gruppo di produzione musicale e performativo Timet.
…per un’architettura espressiva e dinamica, mutevole come il suono.
Sul piano del rapporto tra il suono da noi sperimentato e la naturalezza delle musiche preesistenti, classicizzate, credo di poter dare indicazioni che bene illustrano il processo di genesi di un nuovo paesaggio sonoro reale, o come partendo dal pre-esistente paesaggio musico-formale si possa attraverso la mediazione della presenza naturalistica far nuova e più ampia esperienza sonora, quindi aprire ad altra consapevolezza degli stati espressivi in musica, progettando col suono, nel suono, ambienti immersivi che dall’articolazione sono-ambientale vengono trasfigurati, riletti, ridisegnati per ulteriori esperienze.
La presenza e il disegno di natura, la presenza e il disegno di architettura divengono così gli interfaccia e i primi interpreti della difficile riferibilità musico-gestuale degli spazi sonori da me proposti. Si aggiunga poi che il produrre suono acquisisce una forte consapevolezza ambientale, che lo strappa dalla produzione in studio e lo trasporta nella vita. Una destinazione ritrovata, che porta a percepire la produzione musicale in studio come l’analogo della progettazione su carta o della simulazione digitale in architettura: solo quando il suono si accende nell’habitat reale prende la sua forma continua ed estesa vivente. Solo incontrando l’azione d’esperienza umana il suono composto realizza la propria virtualità spaziale e temporale.
In questo senso l’esperienza del laboratorio permanente di arti acustico-ambientali Giardino Sonoro La Limonaia dell’Imperialino è stata fin da subito l’occasione per concentrarci sullo spazio della presenza umana, i comportamenti attuati nei percorsi, la vita all’interno di un habitat fortemente selezionato, progettato, dove ogni suono recava una prospettiva quindi un suggerimento a raggiungerlo e ridefinirlo in relazione ad una postura botanica particolare, capace perciò di indurre una particolare postura nel visitatore, quindi di orientarne coreograficamente la percezione sonora e da quella modificazione di nuovo ricondizionare la stessa percezione botanica, cromatica e olfattiva. Un intero sistema di relazioni sensoriali capaci di progettare una straniante idea di tempo immanente e di spazialità oltre la visione ordinaria.
Molti reports effettuati al laboratorio di Firenze come in altre installazioni da noi realizzate, rivelano la forte esperienza di distrazione rispetto al pervadente rumore del traffico. Come se l’articolazione del dettaglio sonoro, delle relazioni formali tra natura e oggetto sonoro, il tempo nuovo dell’esperienza dell’ambiente riscritto, risvegliassero la vocazione ad una contro realtà, una ipernatura che reagendo alla proliferazione di oggetti e modi fuori controllo è invece capace di produrre una spazialità mentale profondamente altro, a suo modo intimamente altro.
La percezione del suono è percezione non selettiva. Siamo esposti al suono in un modo che sta divenendo più e più riduttivo, non implicativo, non generativo semmai troppo rigidamente docorativo, confermativo di pratiche distratte.
Per sfuggire alla standardizzazione musicale e al caos intepretativo dell’esperienza acustica ordinaria mi sono rivolto alla sperimentazione del senso espressivo del suono, centrandolo nella sua attitudine alla ridefinizione abitativa ed emozionale dello spazio.
Suono e memoria, suono e spazio, suono e azione.
Il tempo del suono influiva sul tempo di coesistenza artificio-natura rendendo l’habitat percepito uno spazio sostanziale, quindi naturalmente e continuamente nuovo.
Ho sempre assunto un forte concetto di contemporaneità consapevole, dove in risposta al senso postmoderno della disponibilità di simboli e stati senza un’articolata ragione diacronica si contrappone una ricerca di identità nella contestualità, il rapporto tra storia e presenza, estensione e confine, frammentazione e relazione, tra ripetizione e unicità, sorgente e utilizzo, contestualità e decontestualità. Ecco che in questo sfondo critico la ricchezza della cultura musicale storicizzata e contemporanea non ha un pari livello nell’esperienza acustica quotidiana. Se da un lato l’approccio della musica industrial-popolare ha liberato notevoli e mutevoli funzioni del suono e ha dinamicizzato e democratizzato l’accesso al suo valore - alle sue prassi di riarticolazione compositiva e fruitiva -, ha dall’altro messo economicamente in pericolo l’esistenza e la conoscenza delle ricchezze musicologiche del passato e del suono come della ricerca musicologica contemporanea, di cui la ricerca timbrica e spaziale è parte sostanziale.
L’esistenza di musiche difficili non è un problema di quelle musiche e della loro astrazione, è un problema di contesti di fruzione ed interazione con quella complessità. Troppa complessità per gli standard frutivi della postmodernità digitale o vetero-concertistica. Ecco di nuovo un forte appiglio motivazionale per il mio lavoro, nelle sue implicazioni paesaggistiche ed architettoniche.
Proprio in questo contesto si colloca l’esperienza dell’ environmental sound design: offrire un’esperienza acustica accurata, fantastica, ricca come può esserlo uno stato sonoro del nostro tempo, con una spiccata coscienza delle ragioni espressive storiche e contemporanee.
Un esempio fra tutti, il rumore cittadino, assumibile come dato di natura urbana: era in gioco la capacità di distrarre dall’invasività del traffico urbano - costruendo constesti musico/compositivi ed interattivi in grado di mascherare l’invadenza percettiva del traffico. L’esito installativo è un’area di distrazione mediatica costituita di moduli ambientali variamente integrati e da noi progettati. L’esito esperienziale è una contro-strada, fatta di suono fantastico reattivo all’analisi dello stato acustico del traffico (il software che sviluppa i contro-soundscapes è sviluppato assieme al media designer Giovanni Conti). Specifiche relazioni tra rumore contestuale e risposta musico-compositiva determinano la richiesta di una libera azione intellettuale del passante, azione vitale, curiosa: il passante è una persona accolta, accudita dalla protezione-suggestione sensoriale concertata dal sistema acustico artificiale appositamente disegnato, quindi è persona libera di reagire e ristrutturare la propria presenza percettiva urbana. In particolare il suono utilizzato è suono e sound processing assolutamente astratto e multiformale. Non abbiamo mai applicato il principio dello specchio mediatico, diffondendo musiche previste, bensì producendo reale altra dimensione, una frontiera intellettuale ma dall’impatto emotivo immediato, che accompagna la mente del passante a percorrere altre direzioni, altre temporalità, altro modo del propriosenso e della propria intenzione. Da un dato di natura urbana si è passati ad un dato di natura mentale.
Il suono e la sua duttile dinamicità ambientale si presta a svolgere una sistematica azione di sospensione temporale ed esperienziale, con la sua capacità d’immediatezza non regolabile se non tecnologicamente.
Tempo e artificio sonoro sono condizioni che il compositore elettroacustico lascia ampiamente interagire, specialmente nell’ambito della comunicazione intima: proprio per la natura non selettiva del suono percepibile, il flusso lineare del suono è una condizione di piena immediatezza, irrinunciabile e necessariamente sconvolgente, quindi richiede attenzioni contestuali di nuova professionalità. Decoro urbano, viabilità cittadina, sociologia dei flussi, segnaletica urbana, urbanistica, architettura pubblica e privata, tutti fattori professionali che chiedono al suono una nuova e antica capacità di leggere i propri fruitori e utilizzatori quotidiani. I significati musicali sono pre e post-verbali, le esperienze umane che si relazionano ai significati acustici sono spesso questioni di archetipicità espressiva. Il dato acustico ambientale diventa così facilmente un sensore attivo sullo stato della città e sulla qualità di accoglienza e innovazione che la città riesce a esprimere. Potrei chiamarla cura intensamente politica del contesto pubblico, che attraverso la qualità sonora manda un messaggio di accoglienza. Nuova natura del suono urbano è una nuova natura auspicabile e auspicata, quindi di fatto è già un fenomeno naturale pubblico.
Come una danza semplice e spontanea. Un cambio di postura, la danza del corpo in relazione al suono: una condizione di comprensione della semantica generativa o neonaturale del suono nello spazio. Archetipi del movimento e della scoperta guidano la comprensione, ne sono rimasto sorpreso fin dall’inizio dell’esperienza Giardino Sonoro: basso/alto, fuga/stanzialità, riconoscimento/mascheramento, vicinanza/lontananza, puntualità/spazialità, alte frequenze/basse frequenze, tattilità/sonorità. Piccoli suoni, appena udibili, alzano la soglia di attenzione, e il rumore della strada passa ad un piano di significitatività secondaria, pur essendo dinamicamente molto più rilevante. Il punto è scoprire e assumere l’eccezionalità di esperienza come un carattere che distingua la mia memoria acustica di passante. Un ordinario straordinario sembra essere la chiave di lettura della fantastica reazione testimoniata dai visitatori. Lasciare che il contesto architettonico o paesaggistico medi la presenza del suono e quindi il suono svolga la sua azione drammaturgica, con tutta la libertà e la capacità necessaria, sia narrante che trasfigurante.
L’idea di natura che sta dietro una tale ipotesi progettuale è necessariamente un tavolo sperimentale totale. Ed ecologi militanti sono i costruttori di metafore, gli artisti più esposti in ogni dominio linguistico nella costruzione di nuove mondialità – progetti di relazioni simbiotiche tra stati simbolici precedentemente inconciliati, divergenti -. Da una valutazione quindi biologico-distributiva degli esseri viventi negli spazi ecosistemici - quale l’ecologia tradizionale necessariamente esprime – ad una visione linguistica dell’ecologia, fortemente centrata sulla consapevolezza dei processi di autorappresentazione e della loro capacità di ampliare i confini tecnici ed emozionali delle relazioni uomo-ambiente, uomo-sistema generale della vita e della morte.
La lotta per l’esistenza è uno dei fenomeni fondamentali che strutturano la natura come noi la rappresentiamo. Predazione-competizione-simbiosi rappresentano un processo di relazione tra le specie e metaforicamente all’interno della stessa specie. Credo che la vocazione dell’etica ecologica fattasi pensiero-progetto debba essere
a) lo studio/progettazione delle coesistenze diacroniche – le storie, le vite, gli stati di relazione passati, i sentieri mai intrapresi, quelli interrotti, i conflitti riportati alle proprie origini, rimessi in gioco in terreni narrativi, informatici, restituiti ad un’affidabilità storico-scientifica rigorosa eppure odorante corpi, intimità, perdono, dono, scambio di stati, esperienze;
b) lo studio/progettazione delle coesistenze sincroniche – le continuità/contiguità ontologico-ambientali dei molti presenti –, puntando ad una visione di sistema vivente aperto, inclusivo, capace di rappresentare e riprogettare le distonie e le simmetrie relazionali in modo simbolico, geno-sperimentale, contemporaneo e non inter-distruttivo.
Un’architettura digitale della coesistenza e dell’ibridazione radicale è un significativo banco di progettualità ecologica.
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Definizione progettuale di Ecologia
Un’architettura digitale della coesistenza e dell’ibridazione radicale è un significativo banco di ecologia sperimentale. Propongo un’interpretazione radicalmente etico-metodologica dell’ecologia, individuando nuove prassi progettuali – quindi fondate su una filosofia del futuro – frutto di una lettura estensiva delle (auto)definizioni della scienza ecologica, branca ormai storicizzata della biologia, dedita allo studio dei sistemi viventi a più alto livello di integrazione, dalle popolazioni di organismi della stessa specie alla biosfera -il sistema di tutti gli ecosistemi terrestri. Un’interpretazione del concetto di ecologia più centrato sulla consapevolezza dei fenomeni di integrazione e dipendenza esistenti in un sistema vivente esteso –fino a comprendere la virtualizzazione di stati ambientali e le loro conseguenze esperienziali-, facendo così della prassi ecologica un cammino di sviluppo nella auto-rappresentazione umana della lotta per la vita. Valutarei quindi in termini di etica ecologica la capacità specifica di svincolarsi dai meccanismi biologici del pensiero sopravivenziale, centrati sull’archetipo di risposta individuale e gruppale al rischio di aggressione/estinzione, ristrutturandolo invece nella costante progettazione di una sintesi simbolica e biologica tra le istanze viventi all’interno della biosfera (dinamicamente il sistema vivente più esteso).
La lotta per l’esistenza è uno dei fenomeni fondamentali che strutturano la natura come noi la rappresentiamo. Predazione-competizione-simbiosi rappresentano un processo di relazione tra le specie e metaforicamente all’interno della stessa specie. Credo che la vocazione dell’etica ecologica fattasi pensiero-progetto debba essere
a) lo studio/progettazione delle coesistenze diacroniche – le storie, le vite, gli stati di relazione passati, i sentieri mai intrapresi, quelli interrotti, i conflitti riportati alle proprie origini, rimessi in gioco in terreni narrativi, informatici, restituiti ad un’affidabilità storico-scientifica rigorosa eppure odorante corpi, intimità, perdono, dono, scambio di stati, esperienze;
b) lo studio/progettazione delle coesistenze sincroniche – le continuità/contiguità ontologico-ambientali dei molti presenti –, puntando ad una visione di sistema vivente aperto, inclusivo, capace di rappresentare e riprogettare le distonie e le simmetrie relazionali in modo simbolico, geno-sperimentale, contemporaneo e non inter-distruttivo.
Un’architettura digitale della coesistenza e dell’ibridazione radicale è un significativo banco di progettualità ecologica.
